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Maurizio Maggioni “La strada sembra già essere tracciata verso un mercato sempre più di nicchia e di qualità”

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20 Marzo 2020. Intervista con Maurizio Maggioni, ProssimaPelle.

GL Considerando le costanti minacce che provengono dall’uso di materiali alternativi, i malintesi sulla loro “naturalità’”, le tematiche legate al benessere degli animali e le preoccupazioni ambientaliste che la pelle sta affrontando, quali sono secondo lei le prospettive di questo settore per i prossimi 10 anni?

Maurizio Maggioni. Vorrei puntualizzare prima di tutto che quando si parla ad esempio di “pelle vegana” si tratta in realtà di materiale che è costituito per circa il 60% di resine derivate dal petrolio che compattano fibre vegetali. Quindi c’è davvero poco di “naturale” in questo materiale alternativo, che niente ha a che vedere con il pellame. E quando si affronta il tema del benessere degli animali a detrimento della reputazione dell’industria della pelle, si utilizza una falsa argomentazione dicendo che gli animali vengono allevati e macellati per produrre il pellame. I bovini sono allevati per l’industria della carne. Le loro pelli potrebbero essere distrutte e sotterrate, ed invece vengono valorizzate come materia prima per calzature, borse, abbigliamento, arredamento etc. Di altro, in realtà, sarebbe più opportuno parlare. Ad esempio del fatto che la strada sembra già essere tracciata verso un mercato sempre più di nicchia e di qualità. Lo dimostra il successo delle sneakers, che hanno soppiantato la calzatura classica. Sono prodotti su cui credono oggi grandi brand internazionali, abbandonando in un certo modo quella che era la loro missione iniziale nell’abbigliamento e pelletteria, per concentrarsi su questi prodotti. Chiaramente ora il pellame sarà sempre più destinato a prodotti di fascia medio alta, sia che si tratti di calzature che pelletteria, automotive, abbigliamento e arredamento.

GL Come prevede che l’industria della pelle globale evolverà nel prossimo futuro? 

MM. Potranno verificarsi e accentuarsi aggregazioni di imprese che assumeranno dimensioni sempre più importanti, con grande capacità produttiva e fatturati. E che saranno sempre più attente all’aspetto ambientale, adottando procedimenti produttivi con l’utilizzo di materie prime e ausiliari chimici meno impattanti, con un indice di inquinamento della produzione sempre più basso. Cosa che in Italia ed Europa sta già avvenendo. Questo sarà possibile dall’interazione tra le concerie, le aziende chimiche all’interno del circuito virtuoso dei distretti conciari pur con le dovute eccezioni. I brand stessi richiedono di limitare l’utilizzo di gli ausiliari chimici impattanti e di renderli sempre più sostenibili. Una sempre maggiore attenzione alla sostenibilità è dimostrata dal successo di Leather Working Group (LWG) e di ZDHC, gruppi multi-stakeholders che promuovono la sostenibilità del settore.

Una tendenza sembra anche quella di acquisire piccole realtà, per essere al centro di mercati interessanti, per ottenere quella qualità che solo l’Italia sta garantendo in questo momento.

Relativamente all’aspetto ambientale, mi aspetterei una maggiore consapevolezza, anche dal punto di vista normativo, nel caso in cui si importino pelle grezze o semilavorate. Quando viene comprato semilavorato all’estero, bisognerebbe rendere manifeste le differenze di lavorazione rispetto alle pelli lavorate in Italia, soprattutto per quel che riguarda gli ausiliari chimici utilizzati.

GL Come viene considerata la pelle nella sua cultura?

MM. A mio avviso nel definire aspetti culturali comuni su come viene percepita la pelle, bisogna prima di tutto guardare alle fasce d’età. In Italia, mi sembra di vedere che solo sopra i 35 anni la scarpa in pelle, ad esempio, sia percepita come un prodotto di qualità. Come detto prima, le sneakers vengono realizzate generalmente in tessuto sintetico e plastiche, e stanno soppiantando la calzatura classica, realizzata perlopiù in pelle. Oggi il brand sportivo è diventato un mood di vita. Sotto i 35 anni, non si va a guardare la salubrità del piede all’interno della scarpa. Non si comprende che la tomaia realizzata in pellame ed eventualmente la suola in cuoio fanno respirare il piede e non causano dermatiti. Quindi la percezione sulla qualità della pelle va vista sì per cultura, ma anche per fasce d’età.

Con 14 miliardi di calzature prodotte ogni anno, considerando anche infradito e pantofole, prodotte in Cina, solo 2,8 miliardi di esse hanno parti della tomaia in pelle. Quindi la pelle è molto poco utilizzata se si guardano i numeri assoluti. Questo anche in funzione della capacità di spesa globale. La scarpa in pelle costa di più e la pelle sta diventando sempre più un materiale elitario. I negozi di calzature in Italia dei centri storici stanno scomparendo perché si va nei centri commerciali e qui si trovano sneakers in quantità. Vi è un deciso cambio culturale legato all’acquisto delle calzature in pelle.

Di fatto si compra quello che si vede… e nei centri commerciali si vedono e vendono solo prodotti di brand di grande appeal, che propongono scarpe o abbigliamento realizzati perlopiù con materiali alternativi al pellame, che investono in campagne di marketing aggressive sul consumer, inteso anche come prodotto, che fa percepire una qualità estetica piuttosto che di contenuti.

 

GL Come rappresentante dei media, come consiglierebbe alle concerie di comunicare pensando ad una audience non specializzata? Quali potrebbero essere i messaggi chiave per stabilire e mantenere un’attitudine favorevole del pubblico nei confronti della pelle?

MM. Occorre un’azione comunicativa diversa, rendendosi conto che i grandi brand non faranno mai comunicazione sui pregi della pelle. Anche nell’automotive si stanno affermando tessuti sintetici senza considerare la sanitizzazione che dà la pelle. Oltre a questo, bisogna considerare anche la biodegradabilità dei materiali. Anche se non ci sono metodi normati per calcolarla, plastica e tessuto tecnico sottoposti ad invecchiamento accelerato rimangono tali e quali, invece la pelle si riduce e perde consistenza. Quindi, nell’impatto ambientale a fine vita, la pelle vince rispetto ai tessuti tecnici e alle plastiche. Questi sono aspetti che non vengono mai raccontati. Bisogna davvero pensare ad un approccio completamente diverso del settore verso la comunicazione di prodotto. Tendiamo a parlarci tra di noi invece che portare il messaggio all’esterno. Eppure, bisognerebbe lavorare sulla percezione del consumatore finale, ma è difficile senza risorse economiche adeguate.

Molte sono le aziende con prodotti eccellenti che però investono poche risorse in comunicazione. Bisognerebbe almeno far vedere di più e meglio i prodotti, più vetrine, più manufatti in pelle negli scaffali, così da mantenere e solleticare il desiderio dei consumatori, che sia sopra o sotto i 35 anni.

 

Maurizio Maggioni e’ direttore responsabile della rivista ProssimaPelle. Dal 1988 al 2009, è stato editore della rivista Tecnologie Conciarie e ha realizzato testi tecnici utilizzati nelle scuole italiane ad indirizzo conciario (Manuale di pratica conciaria, La rifinizione del cuoio, Glossario della pelle, Chimica e tecnologia del cuoio, Tecnologia Conciaria). Dal 2003 al 2012 è stato consigliere di AICC – Associazione Italiana Chimici del Cuoio, e dal 2012 a tutt’oggi ricopre il ruolo di segretario generale di UNPAC – Unione Nazionale Produttori Italiani Ausiliari Conciari, associazione che nel 2009 ha contribuito a far nascere dall’aggregazione delle maggiori aziende italiane del comparto chimico conciario. Da novembre 2015 è delegato al tavolo normativo UNI 013 – Cuoio, Pelli e Pelletteria, ed è presente nei tavoli europei della normazione CEN 289, mentre da dicembre 2018 è delegato in ZDHC – Zero Discharge of Hazardous Chemicals, la fondazione che si è data l’obiettivo di implementare una chimica più sostenibile lungo tutta la filiera moda, conceria compresa.

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