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Imprese della filiera pelle e sostenibilità

Written by
CARLO LUISON

I vantaggi della sostenibilità hanno natura sia operativa che strategica, la conferma che siamo di fronte ad un modello che permea tutte le attività d’impresa.

A colloquio con Carlo Luison, responsabile della Divisione Sustainable Innovations di BDO Italia.

Non esiste una definizione universalmente acquisita e accettata di sostenibilità. Esistono infatti diverse interpretazioni di cosa sia e anche diversi modi di intendere come la si possa raggiungere. L’idea di sostenibilità deriva dal concetto di sviluppo sostenibile che è diventato linguaggio comune a partire dal primo Summit mondiale della Terra a Rio nel 1992. Tra le prime definizioni di sviluppo sostenibile quella del Brundtland Report per la Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo del 1992: “Sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni”.

 

Dai massimi sistemi alla singola impresa, abbiamo interpellato Carlo Luison, responsabile per l’Italia della Divisione Sustainable Innovation dell’organizzazione internazionale di consulenza BDO, per una riflessione su cosa significa la sostenibilità nelle imprese e lo stato di fatto nel settore pelle. Il professionista ha da subito sottolineato che bisogna parlare di persone e di imprenditore prima che di impresa, perché la sostenibilità in azienda è oggi ancora soprattutto una responsabilità, una scelta etica, un modus operandi individuale che costruisce poi la cultura di impresa e l’organizzazione responsabile. “In genere – precisa – quando c’è un imprenditore attento alla materia allora anche la sua azienda è sostenibile, ma certamente non è molto aiutato in questo dal sistema capitalistico attuale e nemmeno premiato”.

Non esisterebbe infatti una governance, una metodologia condivisa, un processo e tantomeno un sistema premiante per l’impresa che si impegna a rendere sostenibile la sua attività. “Il premio, se così lo si può definire – precisa Luison – lo si deve cercare dal lato del mercato e della reputazione”. Del mercato perché sono sempre più numerosi i consumatori disposti a pagare di più per adottare anche nei loro consumi uno stile di vita sostenibile. Dal lato della reputazione perché, in tempi di social media, la fiducia è l’asset più importante e le crisi reputazionali sono in grado di affossare qualsiasi marchio nel giro di poche ore.

Un ulteriore vantaggio correlato ad operare in modo sostenibile, va cercato dal lato dei talenti e delle risorse umane. Lavorare in un’impresa che opera con attenzione al benessere delle persone, aiuta l’impegno e la dedizione al lavoro, trattiene talenti, genera innovazione. “Da questo punto di vista i vantaggi sono enormi” sostiene Luison, infine anche economici.

Anche se oggi per un’impresa i vantaggi economici diretti sono apparentemente minimi e gli unici a cui ci si può riferire sono i premi INAIL e qualche piccolo bando, ma nulla che dal punto di vista sistemico aiuti davvero economicamente l’impresa responsabile. “C’è da dire però che i fattori di sostenibilità spesso interessano gli operatori a valle: i clienti, soprattutto le corporations della moda, dell’arredo e dell’auto che chiedono ai fornitori del settore conciario il rispetto di protocolli di sostenibilità molto avanzati ed effettuano verifiche dirette sulla filiera del valore.”

In più, operare con attenzione alla sostenibilità è anche un fattore strategico se si è a caccia di investitori esterni e se si intende considerare l’entrata di fondi di investimento nella propria società.  “Gli imprenditori del settore concia sono a mio avviso molto informati e consapevoli dell’importanza della sostenibilità – sostiene Luison – si rendono infatti perfettamente conto che il primo che arriva su questi temi vince, perché consapevoli del premium price che settori quali quello del fashion e dell’automotive sono disposti a pagare per assicurarsi una supply chain ad alta sostenibilità”.

Ma non sembra essere facile perché oltre a mancare un sistema condiviso, la sostenibilità richiederebbe secondo Luison, di cambiare completamente il modo di fare business “il business in sé deve diventare circolare”, decisioni e azioni devono essere governate da questo principio guida. La sostenibilità non è un’etichetta posticcia accanto al logo aziendale ma deve riguardare l’intero modello di business.

Se le società quotate sono state obbligate, con l’entrata in vigore del D.Lgs. 254/2016 a integrare fattori ambientali e sociali, i cosiddetti elementi ESG (environmental, social and governance), nelle analisi dei rischi e delle prospettive future dei business, per le imprese che non si rivolgono ai mercati di capitali non vi è alcun obbligo di rendicontazione sociale. Quindi, parlando della filiera della pelle, viste le caratteristiche delle imprese nazionali, questi obblighi non sussistono.

Lo strumento di rendicontazione che BDO propone di adottare è l’ IR -Integrated Reporting. L’IR ha una prospettiva di lungo periodo, va ad analizzare gli obiettivi di business e la loro sostenibilità nel tempo. Si basa sull’analisi della creazione del valore nel breve, medio e lungo periodo. Richiede pensiero integrato e consapevolezza della gande responsabilità di ogni scelta. Richiede di cambiare molto in azienda, anche per questo il suo affermarsi è piuttosto lento e, secondo il professionista, pioniere nella consulenza in materia di corporate responsibility, ci sono pochi dubbi sul fatto che sarà lo standard del futuro nella rendicontazione finanziaria e non finanziaria, non solo per misurare la capacità della singola azienda di creare valore, ma anche per consentire agli stakeholder di valutarne gli impatti economici, etico-sociali e ambientali.

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