Inspiration for a greener tanning industry from the Arzignano tanning district.

Le certificazioni per la sostenibilità favoriscono la trasparenza della filiera e la gestione del rischio. Un vero cambio culturale.

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Intervista a Sabrina Frontini, direttore di ICEC

Sabrina Frontini è dal 2007 direttore di ICEC – Istituto di Certificazione della Qualità per l’Area Pelle. L’istituto è un riferimento per il settore, nel quale è specializzato e attivo da oltre vent’anni. ICEC oltre agli standard nazionali ed internazionali maggiormente adottati  (UNI, EN, ISO, etc) applica anche schemi di certificazione proprietari.

Sabrina Frontini spiega come negli ultimi anni, accanto alla più diffusa certificazione di qualità ISO 9001, sempre molto richiesta, nel distretto di Arzignano si stiano diffondendo particolarmente quelle ambientali ISO14001, del Made in Italy delle pelli e la certificazione dedicata alla tracciabilità delle materie prime secondo le specifiche tecniche ICEC TS410/412.

Tutte indicazioni che confermano come il settore pelle sia sempre più sollecitato dai brand a valle della filiera a garantire la sua sostenibilità e trasparenza. Un problema che però gli imprenditori lamentano spesso, racconta Frontini, sono le duplicazioni dei controlli da parte dei diversi marchi, talvolta anche facenti capo alla stessa casa madre. Ciò che accade è che le concerie si trovano ad essere controllate più e più volte in modo differente da diversi soggetti ma di fatto sugli stessi argomenti.  “Per ICEC è importante  – sottolinea Frontini sulla questione – il nostro dialogo con i brand del fashion in modo da fare conoscere le certificazioni già conseguite dai loro fornitori per ridurre o quantomeno semplificare i controlli”.

Altra peculiarità del distretto di Arzignano, spiega il direttore ICEC, è la richiesta di certificazione dei laboratori di prova sui pellami, dovuta alla  presenza di grandi aziende conciarie attrezzate con tali strutture interne di prova.

Interrogata sulle difficoltà che vede dal lato delle imprese nel portare avanti le certificazioni, Frontini cita soprattutto aspetti relazionali tra la singola impresa e la sua filiera, a monte e a valle.  “Ad esempio per la tracciabilità è necessario smuovere determinate relazioni tra cliente e fornitore per avere informazioni sugli approvvigionamenti, ma ciò richiede un cambio culturale. Il cliente pone richieste precise ai suoi fornitori che non sono sempre così disponili ad assecondarle poiché spesso le informazioni non sono reperibili (perché legate alla carne e non alla pelle) oppure se presenti si vogliono mantenere riservate per ovvi motivi commerciali”.

Quindi, la difficoltà della filiera è spesso relativa a come dare garanzie ai propri clienti mantenendo però la riservatezza sul know how e sui dati aziendali. Ovviamente l’impresa vuole rassicurare la sua clientela, ma non per questo necessariamente fornendo diretto accesso ai suoi dati. La certificazione di terzo tipo, volontaria, assolve a questo compito di fornire risposte al mercato mantenendo riservatezza sui dati visionati durante le ispezioni, e con l’accreditamento si garantisce anche competenza, imparzialità ed assenza di conflitti di interesse nei processi di audit.

Molti altri sono i vantaggi della certificazione volontaria, specialmente se applicata senza forzature e attraverso standard riconosciuti e accreditati. “Oltre che dare garanzie al cliente diretto e tutelare il consumatore finale, si opera per il miglioramento continuo, per la razionalizzazione delle procedure in azienda, per l’efficienza di gestione dei processi e delle risorse.   Attraverso il controllo delle attività si gestiscono i rischi aziendali in ogni ambito, con l’ulteriore beneficio della tutela della propria immagine”.

Alla domanda se trova gli imprenditori preparati sul tema della sostenibilità, Frontini precisa che sicuramente  le occasioni di sensibilizzazione sono innumerevoli e le aziende sono sempre più consapevoli della necessità di operare con attenzione sui temi della sostenibilità per essere competitivi sul mercato.

Le certificazioni richieste spesso differiscono in relazione al tipo di clientela delle aziende: i brand del lusso hanno aspettative maggiori mentre in genere quando non si guarda all’alto di gamma come sbocco di mercato per le proprie pelli, le richieste possono essere meno stringenti. Di conseguenza le certificazioni richieste differiscono a seconda del mercato di ciascuna conceria.

“La certificazione è aperta a tutti ed è volontaria – precisa Frontini – e deve essere vista come un percorso virtuoso, attivo e di crescita utile all’azienda ai fini interni ed esterni”. “Bisogna avere la disponibilità ad investire in risorse: tempo, denaro, persone”. “Bisogna essere disponibili a fare cambi di tecnologie e anche rendere verificabili le proprie performance”, conclude Frontini “ma sicuramente il cambio più importante che la certificazione può portare è quello culturale, a vantaggio della trasparenza di tutta la filiera”.

 

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