Inspiration for a greener tanning industry from the Arzignano tanning district.

Le aziende italiane campioni nel riciclo

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di Valentina De Marchi, ricercatrice, Università di Padova

Nel settore della concia come in pressoché tutti i settori manifatturieri, la gestione dei rifiuti è un problema particolarmente complesso e allo stesso tempo una sfida grandiosa.

Secondo dati EUROSTAT, nel 2012 nell’Europa a 28 si sono prodotte 2,5 miliardi di tonnellate di rifiuti, pari a circa 98 tonnellate per impresa attiva, 17 tonnellate per occupato, 5 per cittadino residente. Il 15% di questa montagna di rifiuti è stato Made In Italy, pari ad una media, inferiore ma pur sempre poco rassicurante, di 41 tonnellate per impresa attiva, 10 tonnellate per occupato, 2,7 per uomo, donna o bambino che ha la residenza nel Bel Paese.

Seppure la maggior parte dell’attenzione dell’opinione pubblica sia rivolta ai rifiuti urbani, tre quarti di questa montagna è determinata dai rifiuti speciali, cioè derivanti da attività commerciali o industriali. L’inflessione del 3,4% del totale dei rifiuti speciali prodotti in Italia tra il 2011 e il 2013 – riportata nel rapporto 2015 sui rifiuti speciali curato da ISPRA – è una magra consolazione rispetto alle 131.606.999 tonnellate prodotte nell’ultimo anno, tanto più che nel Nord Italia, ovviamente il maggior produttore di questi rifiuti, tale valore è addirittura aumentato (in Veneto, invece, terza regione in questa triste classifica, i volumi sono rimasti pressoché costanti). Le attività manifatturiere sono state responsabili di un quarto di questi volumi, e di più di un terzo di quelli pericolosi.

Insomma, una massa troppo voluminosa per restare inosservata, soprattutto se si considerano i suoi impatti sulla salute e sulla sostenibilità delle risorse. Spinta dall’opinione pubblica e dalle evidenze della comunità scientifica, la gestione dei rifiuti è diventata una priorità nel contesto europeo, di cui si è chiesto alle imprese di farsi carico soprattutto nei settori e nelle fasi produttive dove i rifiuti prodotti sono più inquinanti. Una priorità che non necessariamente si sostanzia in un costo per le aziende (il costo per la suddivisione dei rifiuti, per lo smaltimento, per la loro riduzione ex ante, per lo sviluppo di tecnologie di gestione e recupero) ma che apre anche importanti opportunità di business. La montagna di rifiuti che incombe sull’Italia che produce rappresenta una vetta da scalare, caratterizzata da sentieri ancora poco battuti, ma con viste mozzafiato.

L’opinione pubblica si è concentrata soprattutto sul versante vizioso, raccontando la triste realtà dello smaltimento selvaggio e incontrollato di rifiuti pericolosi, degli eco-reati e delle eco-mafie che negli anni si sono arricchite violando i più basilari principi di rispetto per l’ambiente e le persone. Ma c’è anche un altro versante, ancora tutto da raccontare e valorizzare, che suggerisce che percorsi alternativi siano possibili, in cui il rifiuto non sia considerato un costo ma piuttosto una risorsa. Lontane dai riflettori, in Italia vi sono molte aziende che hanno fatto del riciclo la fonte del loro business, anche nei tradizionali settori manifatturieri. In molti casi, si tratta di aziende che hanno visto nella possibilità di utilizzare dei rifiuti per creare valore un’occasione per differenziarsi, riuscendo anche a spuntare dei prezzi più bassi. In alcuni casi, una necessità. Molte delle materie prime ‘vergini’, infatti, stanno diventando sempre più scarse e quindi costose, sia per colpa di uno sfruttamento sconsiderato delle fonti esistenti che per l’aumentare della popolazione e dei consumi.

Si prenda il caso del Gruppo Saviola , specializzato nella produzione di legno e componenti per l’arredo, tra le 300 realtà industriali più grandi d’Italia. L’intero business del gruppo è basato sull’intuizione di trasformare scarti di legno raccolti attraverso una rete capillare diffusa sul territorio in pannelli nuovi dalle caratteristiche ecologiche e dai costi contenuti, attraverso un complesso processo tecnologico messo a punto dall’azienda stessa. In questo modo, non solo si è azzerato il differenziale competitivo determinato dal fatto che in Italia la superficie forestale è molto più ridotta e quindi i costi del legno vergine crescenti rispetto a quelli di cui possono godere i maggiori produttori di pannelli a livello internazionale, ma si è creato un nuovo mercato – quello del pannello ecologico e 100% riciclato che risponde alle richieste di una crescente frazione di consumatori, soprattutto nei Paesi del Nord Europa.

Altro esempio illuminante riguarda la multinazionale trentina Aquafil  specializzata nella produzione di filati di nylon 6, ha sviluppato negli anni un’alternativa innovativa – Econyl® – fatta con 100% nylon rigenerato. Grazie a questo risultato, non solo ha aumentato il proprio peso presso i principali clienti, interessati alla possibilità di poter utilizzare per la produzione di moquette o di abbigliamento sportivo delle fibre ecologiche a prezzi comparabili con le alternative di mercato, ma trovando profitto dall’allargare il proprio raggio di attività verso nuovi settori, quello del riciclo e dell’energia, garantendosi una crescita del fatturato del 40% dal 2006 ad oggi.

Gli esempi di aziende che hanno visto nei rifiuti una potenzialità per creare dei nuovi mercati e aggredire nuove nicchie sono innumerevoli, soprattutto nelle fasi più a monte della catena produttiva, dove l’Italia vanta un’eccellenza a livello internazionale. Molte, spesso le più strutturate, sono specializzate nel riciclo e nella realizzazione di materie prime seconde. In altri casi, si tratta di aziende che valorizzano i rifiuti dando loro un nuovo uso, come la veronese Stone Italiana, che produce lastre di quarzo ricomposito per interni ed esterni (anche) a partire dal riutilizzo di terre di spazzamento, o le più piccole Momaboma e Masquemas, specializzate nella produzione di borse ed accessori eco-chic a partire da materiali di riuso come vele dismesse, dischi di vinile, vecchi capi di abbigliamento.

In contesti produttivi densi, nei cosiddetti ‘parchi industriali’ o nei distretti industriali, la possibilità di creare un’economia circolare, dove i rifiuti possono diventare fonte diretta di valore, è particolarmente allettante, sia perché vi è più sentita la necessità di ridurre la montagna di rifiuti prodotta sia perché vi sono maggiori opportunità di sinergie tra imprese, così che il rifiuto dell’una diventi un input per l’altra. Questo versante della montagna non è tuttavia un facile altipiano. Creare valore a partire dai rifiuti – risparmiando dalla loro riduzione, creando prodotti innovativi dal loro riutilizzo, riciclandoli per risparmiare sulle materie prime – è sicuramente alla portata di aziende di tutte le dimensioni e specializzazioni ma richiede, prima ancora che importanti investimenti tecnologici, in molti casi indispensabili, un cambio di paradigma, che liberi la creatività ingabbiata dal concepire il rifiuto come un problema da risolvere invece che un’opportunità.

 

 

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