Inspiration for a greener tanning industry from the Arzignano tanning district.

Green Deal e pelle italiana. Nessuno spavento

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La nuova politica di crescita europea definita Green Deal mira a far diventare l’Europa carbon free entro il 2050. Impone un ripensamento dei sistemi produttivi dei paesi membri dell’Unione perché siano conformi ad uno sviluppo sostenibile e rispettoso delle risorse. Il Green Deal impatterà o renderà più complessa l’operatività del settore pelle italiano? Lo abbiamo chiesto al professor Tiberio Daddi, attivo nel gruppo di lavoro dedicato alla sostenibilità d’impresa dell’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Daddi ritiene che il settore conciario italiano non subirà stravolgimenti dall’introduzione e il recepimento delle nuove politiche europee, per un motivo molto semplice: “L’industria conciaria è decisamente all’avanguardia per tutto quel che riguarda il suo impatto sull’ambiente e sull’utilizzo delle risorse, in una situazione non paragonabile a molti altri settori produttivi proprio per le sue eccezionalità positive”.

A conferma di questo, ricorda come il settore abbia velocemente recepito la direttiva europea 75 del 2010 sulle emissioni industriali e che le BAT – Best Available Tecniques identificate allora, siano ancora le migliori nel prevenire e ridurre l’inquinamento.

Questa particolare attenzione al tema ambiente e risorse deriva, secondo Daddi, da due ordini di fattori: Il primo è riconducibile al fatto che il settore è molto impattante pertanto ha dovuto affrontare, prima di altri, vigorosamente, il problema della sua sostenibilità ambientale per garantirsi la continuità. In secondo luogo, certamente il fatto che i grandi gruppi del lusso, della moda, dell’arredo e dell’automotive, recependo un cambio di sensibilità nei consumatori, hanno imposto ai conciatori e alla filiera, accresciuti standard di qualità ambientale e responsabilità sociale. Una produzione sostenibile è quindi divenuta una conditio sine qua non per rimanere sul mercato.

“È incredibile come oggi – commenta Daddi – nei molti servizi giornalistici che vedo sui distretti conciari italiani, non si parli quasi più della qualità della pelle quanto piuttosto della qualità del processo produttivo a basso impatto che la filiera è riuscita a garantire”.

“Decisivo – sottolinea Daddi – il contributo delle associazioni di categoria nel fungere da facilitatore di questo processo positivo e agevolare la sensibilizzazione verso l’adozione di azioni ambientali comuni, adottate a livello territoriale e distrettuale”.

Daddi racconta dell’esperienza del distretto di Santa Croce che, attraverso un sistema di consorzi, gestisce il tema rifiuti in un’ottica territoriale. Un’ottica favorita da una diffusa industrializzazione che ha facilitato un ragionamento comune sul tema rifiuti.

A Santa Croce esiste per esempio il Consorzio Recupero Cromo che dalle acque di processo, toglie il cromo e lo restituisce alle imprese consorziate che lo riutilizzano in una successiva lavorazione. Come pure la società pubblico-privata Ecoespanso che trasforma i fanghi di depurazione in materiale inerte utilizzabile in edilizia.

Daddi racconta di uno studio LCA – Life Cycle Assessment – sul Distretto di Santa Croce, realizzato dall’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna che ha esaminato il beneficio derivato dalla presenza delle società consortili sul singolo metro quadro di pelle. L’analisi aveva coinvolto un campione di aziende rappresentativo del 15% della produzione totale di pelle conciata. La presenza dei consorzi ha comportato un miglioramento della carbon footprint del 22% per metro quadro di pelle prodotta.

Ma in termini di percezione della collettività rispetto al settore, questi aspetti di eccellenza sono compresi? “Se si intende la comunità che vive a fianco del distretto direi che c’è una buona conoscenza delle attività e che la percezione è positiva. Certo non c’è una conoscenza approfondita degli standard di qualità ambientale e della circolarità del settore, essendoci più attenzione invece su aspetti tangibili come gli odori e il traffico generati dall’insediamento industriale. Al contrario, ritengo che a livello generale ci sia ancora molto da fare per far capire che nessun animale è sacrificato per la concia delle pelli, ma che il settore riutilizza sottoprodotti dell’industria della carne”.

Dopo aver enumerato vari aspetti positivi, Daddi pone l’attenzione su una criticità che riguarda il rifiuto generato dalle pelletterie. “Il tema del recupero e riutilizzo dei ritagli di pelle rappresenta la sfida futura per il settore, si dovranno studiare nuove modalità di recupero o la loro riduzione attraverso ad esempio, nuove tecniche di lavorazione”. Visti i precedenti, ci si aspetta che l’industria conciaria saprà collaborare attivamente con la pelletteria, per rispondere con sollecitudine ed efficacia a questa nuova sfida ambientale.

 

Tiberio Daddi è Assistant Professor all’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna, dove fa parte del gruppo che lavora sui temi del Management della sostenibilità. I suoi interessi di ricerca vanno dalla gestione ambientale di impresa alla valutazione delle performance, dall’economia circolare alla simbiosi industriale, dall’analisi del ciclo di vita dei prodotti alla valutazione e sviluppo di policies ambientali. È inoltre docente dell’International PhD in Management e del Master in Gestione e Controllo dell’Ambiente della Scuola Superiore Sant’Anna, dell’Executive Master in Circular Economy Management dell’Università Luiss Business School di Roma.

 

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