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Dal Green Deal al Next Generation EU: gli strumenti dell’Unione europea per un futuro sostenibile

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di Giulia Faedo, Esperta di Finanza Sostenibile. Da Lussemburgo. 

L’Unione Europea ha già posto importanti basi per portare i Paesi dell’Unione verso un’economia sostenibile e a zero emissioni al fine di rafforzare la competitività dell’economia europea e sta accelerando, nell’emergenza Covid, per raggiungere obiettivi di sostenibilità con vari strumenti.

Dal Green Deal alla proposta di una prima Legge sul Clima Europea finalizzata a rendere il target di emissioni zero nel 2050 un obiettivo vincolante per i Paesi UE, a risorse per fronteggiare l’emergenza Covid quali il Sure, (strumento europeo di sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione nell’emergenza) ed il tanto discusso Recovery Fund (Next Generation EU).

Se ancora c’è disaccordo su cifre e la loro distribuzione tra i vari Paesi, c’è però pieno consenso sul fatto che il fondo non vuole salvare un sistema ma trasformalo, puntando sul green e la digitalizzazione.

“Non ha senso ritornare alla nostra economia così com’era perché sembra più facile, veloce e perché è ciò che sappiamo fare. Ovviamente è più difficile fare qualcosa di nuovo, ma sarebbe sbagliato e un cattivo servizio alle prossime generazioni se ci limitassimo a tornare al passato, per comodità”

Sono chiare le parole del vice presidente della Commissione Europea, Frans Timmermans, che parla del Green Deal come una necessità divenuta priorità e come una strategia di crescita per il continente europeo.

Schietto è stato anche il suo recente intervento a Cernobbio dove Timmermans ha precisato che i fondi previsti dall’Unione europea per la ripresa dell’economia devono essere investiti almeno per il 30% nell’economia sostenibile e per contrastare il cambiamento climatico. Ha anche precisato che un pacchetto di risorse tanto ingenti per riformare i Paesi Ue non si presenterà forse mai più e che la Commissione sarà risoluta e chiara nel controllare che si vada nella giusta direzione. Ha poi sottolineato come i piani nazionali dovranno prevedere investimenti nell’adeguamento tecnologico e nella crescita sostenibile per la società e l’ambiente. Ancora più recentemente, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea ha suggerito di innalzare a 37% gli investimenti ambientali e di aumentare il target di riduzione delle emissioni da 40% a 55% per il 2030 al fine di poter raggiungere il 2050 con zero emissioni a livello europeo.

Toni simili sono stati usati anche da Dario Scannapieco, vicepresidente italiano della Banca Europea per gli investimenti, durante la sua audizione presso la Camera dei Deputati dello scorso primo settembre, sull’individuazione delle priorità nell’utilizzo del recovery fund. “Bisogna agire subito sulla crescita se si vuole far ripartire l’Italia, non c’è più tempo a disposizione. E ciò richiede discontinuità rispetto al passato”. Scannapieco ha ricordato che negli ultimi 30 anni l’Italia non è mai riuscita a crescere più del 2% all’anno (ad eccezione dell’anno 2000 per motivazioni tecniche). Dal 2000 al 2009 l’Italia ha avuto una crescita media dello 0,4%. Il vicepresidente ha fornito dati preoccupanti sul calo del rapporto investimenti/Pil italiano e sui valori in media più bassi rispetto alla media degli altri paesi europei. Puntando alla ripresa e alla crescita del Paese, sono gli investimenti in ricerca, sviluppo e capitale umano che hanno un forte potenziale di contribuire alla crescita futura.

Nell’audizione si è parlato del triste e consolidato posizionamento dell’Italia tra gli ultimi Paesi europei in quanto a capacità di spesa di fondi strutturali e d’investimento europei con, spesso, corse e progetti sponda fatti per spendere soldi e che di strutturale hanno ben poco. Scannapieco individua nella scarsa programmazione la principale motivazione di questa incapacità di spesa. Cita dati e relazioni della Corte dei Conti che dimostrano che un più efficace utilizzo delle risorse è strettamente collegato ad un effettivo miglioramento della capacità progettuale e gestionale, a livello centrale e regionale. Infine, similmente a Timmermans, il vice presidente italiano della BEI definisce il recovery fund “un’opportunità unica per sostenere la crescita e quindi riportare il rapporto debito/PIL su un sentiero di maggiore sostenibilità”.

L’Italia ha storicamente dimostrato di tirar fuori il meglio di sé durante i periodi di maggiore crisi. Lo ha nuovamente dimostrato combattendo contro un nemico sconosciuto, imprevedibile e pericoloso quale il virus Covid 19. Stanno per arrivare preziose ed uniche risorse per risollevarsi e ripartire puntando ad un futuro più sostenibile, risorse che devono essere usate e bene. Chi rimane in un passato che non si vuole e non si può riproporre, non si ritroverà nel futuro.

Delicato ma utile parlare dei benefici di una pandemia che ha rotto violentemente un sistema ed ha obbligato tutti ad uscire dalla propria comfort zone. Ha spinto l’Italia verso una maggiore digitalizzazione, obbligando a provare il telelavoro e l’educazione a distanza; ha richiesto nuovi comportamenti, nuovi modi di pensare e di produrre.

Mary Robinson, presidente dell’Irlanda dal 1990 al 1997, suggerisce quattro importanti lezioni che possiamo imparare dalla pandemia. La prima è che il comportamento collettivo conta. Il distanziamento sociale è stato e rimane la nostra arma di difesa contro il virus. La seconda lezione è che i governi contano e con orgoglio ha evidenziato il successo di governi con donne alla guida. Governi che hanno preso velocemente decisioni drastiche consultandosi con la comunità scientifica hanno saputo, meglio di altri, contenere l’espansione del virus e salvaguardare i sistemi sanitari. La terza lezione è che la scienza conta ed è opportuno ascoltarla. E la quarta lezione è che compassione ed empatia contano e possono aiutarci a combattere disuguaglianze e disparità che stanno indebolendo l’umanità e si stanno facendo sempre più evidenti e pericolose.

 

Giulia Faedo, esperta di finanza sostenibile e con molteplici esperienze internazionali in diversi settori, è impegnata nell’integrazione di percorsi di sostenibilità in un’istituzione finanziaria lussemburghese. Sottolinea “Non c’è una definizione condivisa di integrazione della sostenibilità in un’organizzazione e nel suo business né una ricetta consolidata per ottenerla. Il primo passo fondamentale è la creazione di un linguaggio comune data la varietà di termini spesso usati intercambiabilmente. L’integrazione è il risultato di più azioni e più strumenti combinati, ricordando sempre che un’organizzazione è fatta di persone”. “Trovo stimolante l’incontro ed il dialogo tra ambiente, società ed economia, il loro capirsi e rispettarsi per raggiungere e salvaguardare uno sviluppo sostenibile”.

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