Inspiration for a greener tanning industry from the Arzignano tanning district.

Dal distretto della concia al multi-distretto, contraddizione in termini o sviluppo possibile?

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Potrebbe addirittura cambiare nome e non chiamarsi più, solo, industria della pelle, ma anche industria per la fabbricazione di prodotti proteici, come la cheratina, per la creazione di materiali ignifughi in l’edilizia, di “eco-film” per l’industria della plastica, di materie base per l’estetica, per le cartiere, per l’agricoltura e via discorrendo.

Questo fa notare Marco Nogarole, R&D manager di Ikem, chiamato ad immaginare, come gli altri esperti intervistati in questa newsletter, che futuro potrà avere il settore della concia. Dal suo punto di vista di chimico specializzato nella ricerca di soluzioni nuove e sostenibili, identifica una infinità di sottoprodotti che, se recuperati, potrebbero generare, appunto, una infinità di nuovi business. Il distretto evolverebbe in una sequenza di industrie ad alta tecnologia e know-how, e a basso impatto, con una capacità d’attrazione di talenti e capitali, ad oggi difficile da immaginare. Un multi-distretto di nuova concezione e roseo futuro. Tutto ciò sfruttando abilmente e appieno ogni sottoprodotto della lavorazione della concia.

“L’importante è ribadire, ancora una volta – sottolinea Nogarole – che l’industria della pelle è già un settore che utilizza sottoprodotti di un’altra filiera, quella dell’alimentare: le pelli altrimenti finirebbero in discarica”. Uno dei problemi che prevede nel prossimo futuro sarà infatti l’approvvigionamento di pelli, soprattutto nei paesi più sviluppati, dove il consumo della carne si sta riducendo. “Gli allevamenti esistono esclusivamente per la fornitura di carni e prodotti alimentari, concetto questo che fatica ad essere assimilato dal grande pubblico – sostiene Nogarole – che continua a percepire il nostro settore con sospetto, certamente aiutato dall’impatto ambientale che l’industria conciaria continua ad avere”.

E’ sulla sostenibilità  che bisogna lavorare – continua Nogarole – focalizzandoci su migliorare l’impatto sull’aria con l’eliminazione dei solfuri, sull’acqua, riducendone il consumo e sulla produzione di fanghi, con il riutilizzo di ogni possibile forma di sottoprodotto delle fasi di concia”.  Molte le sfide aperte per la chimica che dovrà trovare come recuperare in modo sostenibile, economico e industrializzabile sottoprodotti quali ad esempio il pelo delle pelli, preziosa cheratina che può avere svariati usi. Alcuni esempi? Dai pannelli adsorbenti in caso di sversamenti di petroli in mare, ai materiali per l’edilizia, per la cosmetica, per l’agricoltura.

Dal nobilitare la reputazione del settore, al nobilitare i sottoprodotti che ne derivano, ecco che l’industria si potrà trasformare in qualcosa di radicalmente nuovo. La ricerca sarà strategica e, secondo Nogarole, non sarà limitata dalla frammentazione d’impresa tipica dei distretti italiani. Anzi nella moltitudine di operatori riconosce aspetti positivi, primo fra tutti una accesa competizione. Se di limiti si può parlare quelli sarebbero in capo ad una amministrazione pubblica non sempre in grado di dettare macroguide da seguire.

E la pelle dovrà cambiare? “Si cercherà di aumentarne aspetti come la naturalità, la sua sicurezza, ma la pelle, che ha impiegato migliaia di anni a diventare ciò che è, è già perfetta nelle sue performance. Quello che dobbiamo migliorare è la nostra capacità di lavorarla con un miglior grado di sostenibilità e riutilizzando, in modo intelligente, ogni singola sostanza ”.

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